I trent’anni di latitanza del boss Matteo Messina Denaro sarebbero stati assicurati da parenti, da una rete di mafiosi, da personale sanitario, da imprenditori e da quattro o cinque amanti che l’avrebbero frequentato in diversi periodi. Dall’arresto, avvenuto a Palermo il 16 gennaio 2023, non s’è fatta però luce sulle protezioni delle quali il capomafia avrebbe usufruito assai in alto in ambienti politici e istituzionali come s’era a lungo ipotizzato, ma nei guai sono finiti anche alcuni professionisti del settore medico.
Gli inquirenti hanno scoperto progressivamente numerosi gregari, spedendoli in carcere per favoreggiamento o per procurata inosservanza della pena; alcuni pure per associazione mafiosa. Ma, a torto o a ragione, sono incappati nei guai anche medici rispettabili, come l’ex primario di oncologia dell’ospedale di Trapani Filippo Zerilli, che aveva solo visitato Matteo Messina Denaro, il quale, con la mascherina obbligatoria anti Covid, gli si era presentato sotto le mentite spoglie di Andrea Bonafede. Le accuse contro il medico, del tutto infondate, sono state archiviate.
Condanne e carcere per favoreggiamento aggravato
Un altro medico, il dott. Alfonso Tumbarello, è stato arrestato due anni fa per concorso esterno in associazione mafiosa e falso in atti pubblici: aveva rilasciato referti o ricette al boss latitante, che si celava sotto un falso nome, per potersi curare. Al processo, che si celebra al tribunale di Marsala, le accuse sono state respinte con vigore, come aveva già fatto subito l’imputato, dal difensore avv. Gioacchino Sbacchi; ma il pubblico ministero Gianluca De Leo ha chiesto la condanna a 18 anni di reclusione. La sentenza è attesa per il 7 maggio.
Fra i camici bianchi accusati di favoreggiamento aggravato c’è Cosimo Leone, tecnico radiologo dell’ospedale di Mazara del Vallo, che il Gip di Palermo ha appena condannato a 8 anni di carcere. Secondo il giudice, “Oltre ad aiutarlo nell’accorciare i tempi sanitari fece avere al capomafia un telefono cellulare e una scheda telefonica ‘pulita’ per consentirgli di avere un canale di comunicazione verso l’esterno, in un momento assai delicato, non solo per lo stato di salute del latitante, ma per l’intero assetto e per gli equilibri interni di Cosa Nostra”.
Sono inoltre indagati il gastroenterologo ed endoscopista di Marsala Francesco Bavetta e il chirurgo dell’ospedale di Mazara del Vallo Giacomo Urso: il primo, nel 2020, diagnosticò al capomafia il cancro al colon; il secondo, a soli quattro giorni dalla diagnosi, operò Matteo Messina Denaro.
Il Giuramento di Ippocrate impone ai medici l’obbligo del segreto professionale, com’è dovuto fra l’altro da avvocati e giornalisti. La legge, tuttavia, obbliga alcune persone a denunciare i reati di cui abbiano avuto conoscenza a causa della professione svolta; ma sono fattispecie che possono comportare la sanzione della multa. Nei casi dei quali si discute non si contesta però di avere svelato o taciuto alcunché, bensì di avere aiutato attivamente il paziente non solo a curarsi ma anche a mantenere lo stato di latitanza. Le accuse sono respinte dagli interessati, che hanno sempre sostenuto di non avere riconosciuto nel paziente Matteo Messina Denaro.
Le amanti accudivano il padrino ben sapendo chi era
La posizione delle amanti nel mirino risulta tuttora ragguardevole: anche loro negano di aver mai riconosciuto il capo mafia nell’uomo che frequentavano, ma sembrano smentite da numerosi riscontri, soprattutto documentali, rinvenuti da carabinieri e polizia con difficili indagini. Sarebbero donne non solo legate da rapporti sentimentali ma soprattutto, per averne regali, dedite ad accudirlo, recapitarne messaggi e nasconderne la vera identità.
Tutti questi sviluppi processuali - ancora in corso o già pervenuti a sentenza di primo grado - assumono un rilievo non meno importante per ciò che invece non è finora accaduto: ovverosia la scoperta dei “potenti” senza i quali Messina Denaro, come si vuole ritenere, non avrebbe mai potuto restare uccel di bosco per decenni circolando liberamente, senza essere riconosciuto, in giro per l’Italia e per l’estero e soprattutto nella sua area trapanese e nei paesi dove era vissuto.









