La morte della povera Liliana Resinovich mi ha sempre incuriosito dal punto di vista criminalistico, anche e comunque per le diatribe sorte in merito alle cause, divenute oggetto di accesi dibattiti tra i sostenitori della tesi suicidaria e quelli della tesi omicidiaria.
Il rinvenimento del corpo della povera Liliana, un cadavere imbustato con le modalità ampiamente descritte, era a dir poco anomalo. Ad oggi ci si chiede come sia stato possibile avallare, nell’immediato, una ipotesi così improbabile come quella del suicidio e ancora più assurdo che si sia chiesta l’archiviazione in tempi così veloci, senza approfondire le indagini, pur in presenza di evidenti anomalie. Erano troppe le cose che non quadravano in questo ipotetico suicidio ed in tutta evidenza chi si è opposto all’archiviazione desiderava fare chiarezza sulle improbabili ragioni che avrebbero spinto la vittima a porre fine ai propri giorni. Si è voluto ricostruire la sua vita, la vita di una persona tutto sommato abbastanza riservata ma che di certo non meditava la propria fine.... Purtroppo occorre ricordare che, se la perizia iniziale si presentava abbastanza lacunosa, la superperizia lascia dei punti irrisolti.
Giusto per dirne una, il relativo buono stato di conservazione del corpo per un lasso di tempo così lungo strideva con le condizioni ambientali del sito di rinvenimento, dove si registrano temperature troppo alte perché i fisiologici fenomeni putrefattivi potessero risultarne rallentati.
Improponibile la tesi del corpo all’aperto per 21 giorni
Il team di “superconsulenti” capeggiato dalla dottoressa Cristina Cattaneo in proposito ha fornito la seguente spiegazione: “La temperatura media nel boschetto di 5.4 gradi centigradi - +/- 2,4 gradi - è idonea alla conservazione per 21 giorni del corpo di Liliana nel luogo di rinvenimento”.
A mio modesto parere tale ipotesi non è assolutamente condivisibile ed aggiungo che risulta addirittura fuorviante: non è la temperatura media che deve essere presa in considerazione ma l’altalena delle escursioni termiche tra notte e giorno per tutto il periodo in esame. Da alcuni siti istituzionali è possibile acquisire informazioni sull’andamento delle temperature in quel preciso periodo dell’anno ed in quella località; nello specifico durante le ore notturne si sono registrate temperature minime di 1-2° C mentre di giorno 7-8° C, con punte per alcuni giorni che hanno raggiunto e anche superato i 10° C.
In altre parole, mentre di notte le temperature fredde agivano rallentando i fenomeni degradativi, durante le ore diurne le temperature più alte favorivano la fisiologica moltiplicazione delle colonie microbiche responsabili dei processi putrefattivi.
Basta anche solo un po' di buonsenso per capire come sia improponibile la tesi della permanenza di Liliana in quel boschetto per 21 giorni consecutivi.
Sacchi non degradati e assenza di attacchi dalla fauna
A ciò si aggiunga l’assenza sul corpo della povera Liliana di segni dell’attacco da parte della micro e macro-fauna che popola quella località. Cinghiali, volpi, faine e roditori vari avrebbero inevitabilmente fatto scempio del corpo della donna: i cinghiali fiutano e scavano da sottoterra i tuberi di cui si nutrono e le volpi in quanto a fiuto non sono da meno… e certamente non sarebbero bastate due buste nere da spazzatura a contenere per 21 lunghissimi giorni l’odore del cadavere, senza contare poi che buona parte del tronco della donna risultava scoperto, non “imbustato”.
Le buste nere erano poi fin troppo pulite se consideriamo che in quel periodo si sono registrati diversi giorni di pioggia.
Un altro elemento che cozza con l’ipotesi dello stazionamento del cadavere nel boschetto per 21 giorni è che le buste biodegradabili che avvolgevano la testa di Liliana erano integre. Questi sacchetti, utilizzati nei reparti orto-frutta dei market, si sfaldano dopo due-tre giorni quando vengono a contatto con sostanze e fluidi organici; e chi li utilizza a casa per riporvi l’umido lo sa molto bene. Come avrebbero potuto resistere per 21 giorni senza deteriorarsi?
Non è suicidio: sulle buste nere nessuna traccia di Liliana
Un altro dettaglio importante, a mio modo di vedere, che dimostra incontrovertibilmente che si tratta di un omicidio è costituito dall’assenza di tracce dermiche sia sulle due grandi buste nere che contenevano Liliana sia sulle due piccole biodegradabili che stavano intorno al capo della povera donna. Come si può pensare ad una ipotesi suicidaria senza lasciare alcuna traccia dal momento che Liliana non calzava dei guanti?
Ciò nondimeno, su una delle due buste grandi nere è stata rilevata la presenza di una impronta parziale riconducibile ad un guanto telato, verosimilmente riconducibile a chi ha movimentato il cadavere.
Necessari accertamenti più approfonditi su guanto, coltelli e alibi
Le analisi condotte sul guanto nero telato non hanno consentito di estrapolare il profilo genotipico della persona che lo aveva calzato, ma i tre campionamenti eseguiti “random” - alla cieca - con altrettanti tamponi dalla superficie interna del pollice, dell’indice e dal palmo possono bastare? A mio modesto parere assolutamente no. Si tratta di un reperto potenzialmente molto importante per liquidarlo così velocemente: il guanto va aperto “a libro” con le forbici, esaminato con l’ausilio delle luci forensi; e deve essere formata una nutrita campionatura sulle aree dove si vede un maggiore addensamento di sebo, quindi di matrici cellulari.
Insomma, si deve campionare ed analizzare ad oltranza fino a quando non si tira fuori il profilo genotipico: è così che si lavora ed è così che ho fatto per vent’anni al RIS.
E sulle superfici interne del guanto vanno campionati - come anche sulla superficie delle due buste nere - residui di polvere da analizzare poi con le tecniche della “diffrattometria a raggi X su polvere” e della “spettrometria RAMAN”. Tali risultati vanno poi comparati con i report analitici emergenti dalle analisi condotte in parallelo sui residui polverulenti della molatura dei coltelli da campionare sulla mola a casa di Sebastiano Visintin per verificare se vi possa essere una compatibilità.
E poi ci sono gli argomenti non meno importanti dell’alibi del marito Sebastiano, da analizzare al microscopio; i suoi movimenti durante quel fatidico 14 dicembre non sembrano così certificati.
E che dire della probabilità non certo trascurabile che a transitare sotto le cam non sia stata Lilly ma una sosia? È possibile escluderlo? Il caso di Isabella Noventa insegna; d’altronde non solo non è possibile affermare con rigore scientifico che sia proprio Lilly la persona ripresa in video ma ci sono dei dettagli - colore dei pantaloni e dimensione della borsa - che fanno proprio pensare ad altro.
C’è ancora tanto da fare.
SALVATORE SPITALERI (https://www.facebook.com/salvatorespitaleri1961?locale=it_IT) è un noto biologo molecolare forense e criminalista, esperto in tecniche di sopralluogo e analisi di scena del crimine. Dal 1992 al 2017 ha operato al Reparto Investigazioni Scientifiche (RIS) dei carabinieri di Messina, facendo luce su gravi delitti, per poi passare Centro Investigazioni Scientifiche (CIS) di Roma; ed è autore di importanti studi scientifici pubblicati in Italia e all’estero.









