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Delitti, baraonde mediatiche ed errori giudiziari

Delitti, errori giudiziari e fumo delle baraonde mediatiche

Giornali e tv artefici di una paradossale e pericolosa giustizia emozionale

Il caso di Alberto Stati, condannato definitivamente per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, alimenta congetture e torna a dividere l’opinione pubblica fra colpevolisti e innocentisti

La narrazione di tv e giornali su gravi fatti criminali ha pericolosi effetti di giustizia emozionale, con l’opinione pubblica divisa fra colpevolisti e innocentisti. Il tema delitti ed errori giudiziari è all'ordine del giorno; ed impossibile sapere se, quando e quanto tali spettacolarizzazioni possano influire anche nelle decisioni dei magistrati. Il caso di Alberto Stasi, del quale si discute attualmente, è emblematico.

Processi condotti nel rispetto delle regole vengono spesso percepiti dall’opinione pubblica come errori giudiziari, originando istanze di revisione infondate. Al contrario, se l’autorità giudiziaria emette una decisione discordante rispetto al convincimento maturato nei dibattiti televisivi, si attiva una campagna mediatica volta a screditare il giudice, etichettandolo come avversario della verità e della volontà popolare.

Influenzato negativamente il diritto di difesa

Le interazioni tra i mezzi di informazione e il processo penale condizionano inevitabilmente gli organi giurisdizionali, influenzando negativamente l’esercizio del diritto di difesa e compromettendo l’equilibrio tra i vari valori in gioco. 

La rappresentazione mediatica delle vicende giudiziarie è spesso, addirittura, campata in aria, frutto di suggestioni di opinionisti tuttologi con l’aria di investigatori, scienziati ed esperti di diritto, che al massimo hanno, quando ce l’hanno, una conoscenza ridicola degli atti e dei metodi di indagine e di giudizio.

Verità alternative e dubbi interpretativi svelano improbabili scenari nascosti, a uso di titoli ad effetto, spettacolarizzazioni anche finalizzate ad accrescere audience, a far lievitare le parcelle di legali sconosciuti; e persino a indurre un giudice a decisioni non immuni da pregiudizi, influenzando altresì il convincimento dei giudici popolari nei processi di competenza della Corte d’assise.

Quando i mass media designano preventivamente un colpevole, si può creare un effetto condizionante sui liberi convincimenti.

Questo fenomeno genera un paradosso.

La baraonda sulla vicenda giudiziaria di Alberto Stasi

Significativa è l’attuale baraonda sulla vicenda giudiziaria di Alberto Stasi, autore dell’omicidio della fidanzata Chiara Poggi. In primo grado, il Gup del Tribunale di Vigevano escluse l’esistenza di prove sufficienti a dimostrare la colpevolezza dell’imputato oltre ogni ragionevole dubbio. La Corte d’assise d’appello di Milano confermò l’assoluzione, rilevando l’incoerenza e la mancanza di logica della prospettazione accusatoria. Tuttavia, la Corte di Cassazione, su ricorso del Procuratore generale, annullò la sentenza d’appello, ritenendo che la prova indiziaria non fosse meno qualificata di quella diretta, cosicché preferì non confermare l’assoluzione, disponendo ulteriori accertamenti scientifici. Nel giudizio di rinvio, anche sulla base di ulteriori elementi indiziari, il collegio giudicante ritenne Stasi colpevole, in via definitiva. Anni dopo, la Cassazione rigettò il ricorso contro la sentenza di condanna; e Stasi sta attualmente scontando una pena di sedici anni di reclusione.

Giornali e programmi televisivi avevano concentrato l’attenzione su Stasi, presentandolo come un individuo dal carattere introverso, con occhi “azzurri come il ghiaccio”, insinuando che il suo volto angelico celasse la verità su un delitto atroce. L’opinione pubblica, basandosi su questa rappresentazione mediatica, lo giudicò colpevole, anticipando la decisione che ci fu poi con la sentenza definitiva. Ma l’informazione mediatica ha acceso ora una baraonda, in alcuni casi sostenendo che ci sia stato un errore giudiziario e Stasi sia innocente, in altri che le presunte novità offerte al vaglio dei magistrati siano solo fumo; perché è difficile ipotizzare che i mezzi di informazione abbiano influenzato il lavoro di investigatori e magistrati, poiché, come sosteneva l’autorevole filosofa Hannah Arendt, “giudicare impone di non vedere, perché solo chiudendo gli occhi si diventa spettatori imparziali”.

 

VALERIA ESPOSTO, plurilaureata, è una criminologa e specialista di Scienze dell’Investigazione. Formatasi sotto la guida dei massimi esperti, si occupa anche di diritto penale. Autrice di testi specializzati, scrive su importanti riviste.

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