I referendum su lavoro e cittadinanza italiana agli stranieri erano destinati a fallire per la confusione causata dai contrasti fra le opposizioni.
Gli elettori di centrodestra, per scelta ideologica radicata o per fedeltà ai partiti di governo, restano contrari a una maggiore concessione di diritti ad extracomunitari, dei quali mal tollerano l’ingresso e la presenza in Italia. Ma nemmeno gli altri sono propensi ad affrontare l’argomento, assillati come sono, semmai, da problemi diversi, come quelli del lavoro, della sanità, dell’istruzione e della sicurezza.
I licenziamenti facili e lo smarrimento dei lavoratori
La questione del lavoro e, in questo caso, dei licenziamenti facili, non dovrebbe lasciare nessuno, invece, indifferente. Il 9 agosto 2014 entrò in vigore la riforma del lavoro, conosciuta come Jobs Act, che avrebbe dovuto portare nelle intenzioni a una flessibilità per i datori di lavoro, che c’è progressivamente stata con l’aumento di assunzioni di breve durata del lavoro precario, diventato legittimo, e il calo di quello a tempo indeterminato.
Ma la legge fra le altre cose abolì l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, in base al quale nessuno poteva essere licenziato senza una giusta causa. Da allora s’è diffuso nei cittadini un crescente senso di insicurezza: colpisce profondamente il timore di essere mandati a casa da un giorno all’altro senza alcuna motivazione, spesso solo perché antipatici o non disposti a genuflessioni di vario genere e ammiccamenti, soprattutto da parte delle donne. Su questo chiamava a pronunciarsi uno dei referendum.
La Corte Costituzionale ha più volte modificato il diritto, ampliando i limiti dell’indennità da corrispondere a chi viene mandato via, ma confermando l’impossibilità della riassunzione in servizio, prima quasi sempre obbligatoria. Il licenziamento senza motivi, dunque, è estremamente odioso perché determina nella persona un senso di smarrimento profondo.
Una cavalcata illusoria per stare sulla scena
A introdurre il Jobs Act fu il governo presieduto da Matteo Renzi, del quale facevano parte Pd, Nuovo Centrodestra, Scelta Civica, Unione di Centro, Popolari per l’Italia, Socialisti italiani e Indipendenti. Quel guazzabuglio si è poi dissolto, il Pd si è spaccato e ne è venuto fuori uno “nuovo” che è entrato col M5S nel secondo governo Conte. Perché allora M5S e Pd, che avevano la maggioranza, non abolirono il Jobs Act come avrebbero voluto fare adesso col referendum? Perché in quel governo c’era ancora una volta Renzi, che non l’avrebbe permesso ed era evidente che si sarebbe opposto anche nella consultazione referendaria, insieme con centrodestra, che era stato fra i padri della legge.
Tutti, dunque, sapevano che la battaglia conclusasi oggi nel nulla era purtroppo sterile, una cavalcata illusoria per i cittadini, condotta solo per fare chiacchiere e stare sulla scena.









