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Giornalisti spiati: intercettazioni di servizi civili e militari

Giornalisti spiati, un'antica abitudine - 2

La prassi dell'ascolto illecito minaccia la libertà dell'informazione

Negli anni delle guerre di mafia, i cronisti in trincea avevamo in Sicilia i telefoni controllati per tentare la cattura di latitanti. Oggi la situazione è più grave e per tutelare le fonti e non farsi ammazzare si è costretti a comunicare con pizzini come i ladroni di denaro pubblico

Le recenti intercettazioni telefoniche effettuate col sistema Paragon hanno evidenziato il problema del controllo illegale sui giornalisti, che minaccia in misura grave la libertà d'informazione. Già in passato c'erano segnali inquietanti diffusi sui pericoli gravissimi che le spiate di apparati statali determinavano.

Giusti gli scopi, ma non le subdole modalità e gli effetti

L'ascolto segreto delle telefonate, com'è noto, può essere effettuato dalla polizia giudiziaria, e per tempi limitati, solo in caso di autorizzazione a procedere chiesta dal pubblico ministero e concessa con decreto motivato dal giudice per le indagini preliminari. Solo in casi di urgenza la Procura della Repubblica può disporre direttamente. Si tratta di norme tassative e per niente nuove, sebbene rese ultimamente più rigorose dall'attuale governo.

Eppure negli anni delle sanguinose guerre di mafia in Sicilia i miei telefoni erano sistematicamente sotto controllo quand'ero cronista in prima linea specializzato di nera. Ciò accadeva perché i miei servizi giornalistici quotidiani e la mia notorietà spingevano persone di ogni genere a comunicare con me anziché con caserme, sicure in tal modo di non esporsi a pericoli, potendo contare sulla segretezza. L'impatto era con testimoni oculari di omicidi, ma anche con autori di efferati crimini.

Salvo Bella NeraAccadde così, per esempio, che (come racconto nel mio libro Nera - Cinquant'anni di giornalismo in trincea tra mafia e poteri: cronisti, delitti, retroscena) mi fu possibile identificare i due autori del sequestro di una bambina commesso quindici minuti prima a Roma e consentire ai carabinieri di salvarla da sicura morte. Nessuno allora mi chiese né mai seppe chi fosse stato il testimone, la cui identità era da tutelare a ogni costo. Ancora più indelebile è il ricordo di un ragazzo che denunciò a me gli autori dell'omicidio di un benzinaio, sul quale, a distanza di molti giorni, non si riusciva a far luce. Nessuno ha mai saputo chi fosse, tant'è che accadde una cosa inimmaginabile: raccomandatolo per l'arruolamento nell'Arma dei carabinieri, fu riformato.

L'ascolto fraudolento dei miei telefoni avveniva in coincidenza con mie interviste a latitanti, con scoop giornalistici sui moventi di delitti di mafia o con eventi criminali di enorme gravità.

Il boss Pippo Ferrera, soprannominato "Cavadduzzu", vantava di essere a Catania il padrino formalmente investito da Cosa Nostra. E nel sentirsi definito in tal modo nelle mie inchieste sulla mafia se ne glorificava nei colloqui col suo difensore, l'avv. Nello Pogliese, durante i colloqui in carcere, dal quale mi mandava inaspettati saluti. Nel 1988 un commando tentò di ammazzarlo una notte a Catania mentr'era ricoverato all’ospedale Ascoli-Tomaselli per tubercolosi, in una stanza che s'era fatto addirittura blindare. Il boss era però sorvegliato da sue guardie del corpo, che nel furibondo conflitto a fuoco riuscirono a mettere in fuga i killer e a farlo fuggire attraverso una finestra.

Ferrera, memore del fatto che lo definivo il padrino, per questo stranamente riconoscente e ben sapendo che i servizi giornalistici di prima pagina erano quasi sempre miei, mi chiamò al giornale da una cabina telefonica per dirmi che non aveva voluto sottrarsi alla detenzione ma era stato costretto a fuggire solo per non essere ammazzato. Lo invitai a consegnarsi e troncai subito la conversazione; ma mentre lo facevo udii un gracchiare, peraltro a me ormai noto, e mi sentii dire con una voce maschile "Che cazzo hai fatto, dovevi tenerlo almeno per tre minuti!". I sistemi polizieschi di intercettazione non erano quelli di oggi, che individuano immediatamente l'apparecchio dal quale parte una chiamata telefonica.

Dall'intercettazione subdola al fermo in caserma e al mandato di perquisizione domiciliare

Cinque anni prima, la sera del 13 luglio 1983, i carabinieri sventarono con un conflitto a fuoco il sequestro di Salvatore Distefano, potente democristiano e presidente della Provincia di Catania. All'indomani uno sconosciuto mi cercò per telefono al giornale alle ore 14, senza trovarmi, dicendo che aveva da farmi rivelazioni sul fallito rapimento e avvisò che avrebbe richiamato un'ora dopo. Potei rispondere alle 15 alla chiamata e anche in quel caso accorciai la conversazione. Al termine mi vidi spuntare il vicequestore Salvatore Piazza, che mi ordinò di registrare la nuova conversazione che lo sconosciuto mi aveva annunciato per le ore 18. Costretto a ottemperare, per l'ennesima volta nella mia vita interruppi di fretta il contatto.

Dall'indomani dovetti subìre uno scellerato terzo grado, con un fermo in caserma dalle 9 alle 13 senza che mi venisse formulata un'accusa e mi si permettesse di avvertire un difensore o mi si mandasse in carcere come chiedevo. Solo verso mezzogiorno, anzi, un ufficiale dei carabinieri mi aveva consentito di comunicare col mio capocronista Salvatore Nicolosi e da Roma, dov'era al Parlamento, stava per prendere l'aereo il mio amico Enzo Trantino, principe del Foro di Catania, pronto ad assistermi. Si pretendeva che io svelassi l'identità dell'anonimo telefonista che non conoscevo. Ma com'era possibile?

Con inaudita pervicacia, seguì un ordine di accompagamento per le 15 davanti al sostituto Procuratore della Repubblica Paolo Giordano, al quale resi altre diciassette pagine di sommarie informazioni, quante ne avevo già rilasciato ai carabinieri. L'"indagine" assunse poi le caratteristiche di una persecuzione grottesca, col giudice istruttore Antonino Cardaci che, emesso un provvedimento di comparizione, mi annunciò un mandato di perquisizione domiciliare urgente e sequestro della bobina registrata il 14 luglio 1983, salvo che non provvedessi io stesso a prelevarla ad ore nell'abitazione e tornare per consegnarla, cosa che accettai. Nel tempo avevo miscelato l'audio della bobina con musichette per bambini, tutto "involontariamente". Vattelapesca? Quando mai. La questione che mi riguardava si chiuse solo a distanza di anni e addirittura con la mia citazione in Corte d'Assise.

Come difendersi da libertà mostruose della polizia giudiziaria

Tutto partiva da intercettazioni non autorizzate, completamente illecite, quando la polizia giudiziaria in Sicilia si permetteva libertà mostruose. Se non avessi usato le massime cautele, che cosa avrebbe potuto far credere a un mafioso che non fossi stato io a tradire il segreto e a determinarne volontariamente la cattura?

Il compito di condurre le indagini anticrimine non può essere esercitato mettendo addirittura in pericolo la vita del cronista che esercita la professione con coraggio assumendo già per questo rischi gravi, spesso addirittura privato del diritto ad eventualmete difendersi sol perché a qualche funzionario di polizia acchiappaladri di galline e perciò incompetente passa per la testa che "non ha bisogno di circolare armato". 

Il giornalista è tenuto nei confronti di chiunque, per legge e per deontologia, a mantenere il segreto sulle proprie fonti. Il suo telefono non può essere confuso con quello di un commissariato o di un porto di mare; e attentare a questo importante principio è una lesione al diritto sacrosanto all'informazione.

Come cautelarsi?

Oggi le spiate aumentano, la situazione si aggrava e la professione si riduce a uno schifo, con gaudio di certa politica che vuole assoggettarla. Dopo tangentopoli, i ladroni di denaro pubblico hanno mutuato modalità della mafia, che comunica non col telefono ma mediante pizzini. Lo fanno per scopi illeciti. Anche il giornalista, che lavora invece solo per fini leciti, dovrebbe adeguarsi per tutelare le proprie fonti.

GIORNALISTI SPIATI - 1

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