4-ANTIVIOLENZA Inchiesta di Salvo Bella e Gaetano Alemanni
Antiviolenza donne, amici delle porte accanto
Il sistema collaudato di intrighi mangiasoldi e insabbiamenti
Associazioni farlocche, case d’accoglienza foraggiate con denaro pubblico. Difensori d’ufficio con la bocca tappata. Scalmanate sui social con manie di persecuzione

Il sistema di assistenza alle donne vittime di violenza presenta gravi criticità, a causa del coinvolgimento di vari soggetti, ruotanti anche attorno ad associazioni sospette con intrighi mangiasoldi sulle quali si dovrebbe indagare invece di assecondarle come se fossero necessariamente rispettabili.
Aumentano i casi di donne che denunciano di essere state danneggiate per incompetenza e soprattutto trattate come merce da rifiuto perché povere e isolate.
In materia sono poche le associazioni collegate in rete in sodalizi con importanti referenze, che realmente assistono chi ne ha bisogno, dalla risposta alle chiamate alla consulenza specializzata di psicologi e avvocati, dalle relazioni corrette con centri di accoglienza e con polizia e autorità giudiziaria.
Due esperte criminologhe emergono per le loro battaglie
Le battaglie che vengono condotte a favore delle donne sono numerose, come quelle della nota psicologa e criminologa Roberta Bruzzone: a lei si devono importanti pubblicazioni, convegni, corsi di formazione e iniziative molto importanti dal punto di vista preventivo. La professionista colma in tal modo, a titolo personale, gravi lacune della politica, che è intervenuta sui problemi limitandosi quasi esclusivamente a riforme giudiziarie, peraltro rivelatesi purtroppo poco efficaci.
Un ruolo importante è svolto anche dalla cassazionista e criminologa Maria Furfaro, presidente dell’Associazione Avvocati Matrimonialisti nel distretto di Milano. Questa avvocatessa è affermata per la sua intensa e appassionata attività a tutela delle donne nelle sedi penale e civile; ed è in materia una studiosa eminente, chiamata a tenere relazioni in convegni nazionali di giuristi ed esperti.
Da un lato è encomiabile e proficuo l’approccio di queste professioniste orientato innanzitutto a non far cadere le donne nelle trappole dei violenti.
Altrettanto non si può dire invece dei criteri semplicistici che per aiutare donne vittime ma per fortuna sopravvissute ruotano sul perno di associazioni anche di tre sole persone, delle quali non occorre nemmeno che si sappia chi sono.
Conventicole che imbrogliano e intrighi mangiasoldi
A fare paura sono i nessi che associazioni sospette coltivano con case di accoglienza di vario genere. Queste non sono altro che semplici imprese, ovvero ditte, di soggetti che munendosi di partita iva possono mettere a disposizione locali ritenuti idonei da Comune e Azienda sanitaria, ai quali compete il rilascio di un nulla osta. Il metodo di controllo non esclude che a tali attività possano accedere soggetti tutt’altro che raccomandabili: a parte che chiunque può aprire una ditta, anche se con precedenti per mafia, in passato si è scoperto per esempio in Piemonte che la titolare di una struttura per minorenni conviveva col marito condannato per pedofilia.
Le Regioni erogano intorno a ottanta euro al giorno per ogni persona ospitata. Ogni struttura riceve inoltre ogni anno un finanziamento oscillante fra trentamila e quarantamila euro, somme che gli interessati ritengono inadeguate; mentre d’altro canto emerge anche che i pasti serviti sono scadenti o inadeguati e che gli assistiti si trovano spesso maltrattati.
Nel Nord-Est quasi il 90% delle strutture assistenziali per minori e donne vittime di violenza è a gestione privata; al sud tale condizione si attesta intorno all’80%.
I guadagni sono altissimi: per ogni “cranio” affidato alla struttura di riferimento, in trenta giorni l’incasso è di 2.400 euro.
Lo Stato spende i nostri soldi per darli ad un privato che si deve occupare di nutrire, assistere, tutelare, educare ecc. un minore o una qualsiasi persona che necessita di “attenzione”.
A tali costi si aggiungono quelli per gli interventi di assistenti sociali, psichiatri infantili, psicologi, educatori; un indotto statale che se affrontasse seriamente il problema (con solo la metà dell’impegno previsto) generebbe geni, figure di alto prestigio nel sociale, uomini illustri che si distinguerebbero in tutti i campi, letterari, scientifici, matematici.
Intrallazzi e speculazioni scoperti dalla Guardia di Finanza
Si scopre sempre di più che questi “meritevoli volontari dell’assistenza, caritatevoli privati votati e guidati da Dio a proteggere il prossimo” oltre a falsificare i bilanci e le opere di assistenza, somministrare cibi scaduti, privare della dignità chi si trova sotto il loro “dominio”, si spartiscono i fondi destinati a quei poveri disgraziati, che lì sono stati scaraventati dall’Illustre équipe del sistema proprio per favorire amici e parenti.
La nuova figura dell’educatore è spesso qualche giovane di poca esperienza e dipendente di qualche cooperativa privata.
Fra relazioni, test, esami, confronti, giudizi, il sistema è infallibile e se ha bisogno si inventa ancora qualcos’altro per dimostrare che ha sempre ragione.
Indagini della Guardia di Finanza, però, hanno coinvolto dirigenti e vice prefetti nel corso degli anni, con procedimenti in diverse Procure italiane. Moltissimi casi di cronaca vedono coinvolti “colletti bianchi” ed insospettabili compiacenti presidenti di associazioni (private) che si spartiscono i nostri soldi destinati agli aiuti dei più bisognosi.
Clamorosi sono stati i casi di associazioni e strutture di accoglienza in Lazio e in Campania rivelatesi brutture mangiasoldi in mano di ladroni. A Latina è stata clamorosa la vicenda di familiari di un deputato in Parlamento, accusati di frode e altro attraverso la gestione di cooperative di accoglienza sospette. Spesso gli indagati se la cavano con lievi condanne o con l’assoluzione. Va ricordato il clamoroso caso Bibbiano scoppiato nel 2018 su un presunto sistema organizzato per sottrarre bambini alle famiglie: al processo di primo grado son cadute le accuse più gravi; e fino a oggi non s’è fatta luce definitiva sullo scandalo. Non è finita a tarallucci e vino il caso romano sui finanziamenti alle cooperative, un sistema corruttivo di mazzette, spartizioni e favori tra mafiosi, funzionari pubblici e politici. L’inchiesta, cominciata con alcuni arresti nel 2014, ha portato a escludere l’accusa di associazionbe mafiosa ma non altri gravi reati.
Tre nuovi casi sono stati scoperti in questi ultimi mesi.
- Benevento (maggio 2026) - La Guardia di Finanza e la Corte dei Conti hanno contestato un danno erariale di 1,3 milioni di euro a otto persone, tra cui ex funzionari e dirigenti della Prefettura, per fondi destinati ai migranti e spesi in viaggi e acquisti di lusso.
- Rieti (febbraio 2026) - Le Fiamme Gialle hanno indagato un ex prefetto e un vice prefetto vicario nell'ambito di un'inchiesta sull'assegnazione illecita di fondi europei per l'immigrazione.
- Messina (maggio 2026) - Truffa sull'assistenza ai disabili scoperta dalla Guardia di Finanza a Messina. Sequestrati 20.000 euro. I due dirigenti, presidente e vice presidente, dell'associazione avrebbero alterato la documentazione relativa alle prestazioni riabilitative erogate in convenzione con l’Asp.
Il fiume di denaro, se venisse destinato e affidato direttamente nelle mani di chi viene dichiarato “disagiato”, magari sotto il diretto ed assiduo controllo dei servizi sociali, non basterebbe ad infrenare l’ingannevole copertura sotto mentite spoglie di queste “caritatevoli associazioni private di assistenza”? A fronte di stanziamenti enormi di denaro pubblico, non sarebbe il caso che lo Stato provvedesse direttamente a garantire l’assistenza iniziando a destinare e gestire immobili sequestrati alle mafie?
Le risorse finanziarie con denaro pubblico generano anche fenomeni di concorrenza fra strutture, in competizione fra loro contendendosi ospiti da accogliere. In casi evidenziati nella nostra inchiesta, donne ospitate da una struttura sono state spinte da oscure associazioni a spostarsi in altre case di accoglienza, allettandole con la prospettiva, poi mai concretizzatasi, di farle vivere meglio. Si è di fronte a intrighi mangiasoldi col coinvolgimento di vari soggetti che ci guadagnano.
Minori tutele e malagiustizia per le donne vittime di violenza
I politicanti che governano, dunque, mantengono quel sistema di sciacquinaggio e clientelismo per favorire parenti e amici. Ad avere minori tutele sono perciò, purtroppo, proprio le donne vittime di violenza, che, parlando di aiuti economici, possono eventualmente ricevere per dodici mesi – e solo in taluni casi di povertà – un sussidio mensile di cinquecento euro al massimo.
Tra quanti sono intrappolati nel sistema c’è chi non ha neanche la possibilità di spostarsi per partecipare agli incontri protetti presso i consultori o i servizi sociali, per andare a sostenere, almeno una volta a settimana, incontri con luminari del pensiero e della mente umana, ed ancora per incontrare i propri cari nelle case famiglia e/o di protezione negli orari che queste stabiliscono; restando a casa per due ore e due sedute settimanali con la nuova figura dell’educatore. Se hanno un modesto lavoro, le vittime mettono a rischio le misere fonti di reddito e non trovano neanche il tempo per dedicarsi serenamente a chi vogliono bene.
Non solo; escludendo i casi, pochissimi, di famiglie benestanti che finiscono nella rete dei tribunali, il 99% degli interventi dei servizi sociali riguarda situazioni di disagio che investono famiglie monoreddito, altre con sussidi statali minimi, altre invece, per essersi beccata qualche denuncia, addirittura senza redditi e senza possibilità d’impiego.

L’assistenza legale col gratuito patrocinio (cioè con i procuratori legali pagati dallo Stato) porta le vittime, nella maggior parte dei casi, a soccombere; venendo esercitate le attività di difesa al minimo, con mancanza o carenza di attività istruttorie e con conclusioni appena formali. Gli stessi difensori d’ufficio – da chiunque pagati – restano quasi con la bocca tappata. Gli stessi inquirenti sembrano persino compiacenti, in un sistema giudiziario congestionato che richiede fretta nei dibattimenti, cioè nel momento in cui dovrebbero formarsi le prove in aula.
Come mai un avvocato d’ufficio, fosse anche preparatissimo e volenteroso, potrebbe contrastare un apparato di questa tale portata?
Tutto ciò è malagiustizia per le donne vittime di violenza, ma per fortuna non viene in alcun modo in dubbio il prestigio, che rimane indiscusso, di categorie professionali come quelle dei magistrati, degli avvocati e delle assistenti sociali, che operano fra innumerevoli difficoltà e ostacoli in quelle delicatissime materie.
Scalmanati fanno a gara per scontrarsi e offendere su social network
A fianco del tema di un sistema da rivedere non può essere taciuto quello di scalmanati che sui temi dell’antiviolenza alle donne si azzuffano su social network per scontrarsi fra di loro con risse e offendere altri. Sono tuttologi che hanno molto in comune con quanti attualmente, senza cognizione di causa, emettono sentenze contro Andrea Sempio, per la terza volta indagato per l’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco; o con quanti tuttora, senza alcun motivo, minacciano coloro che in base a una sentenza definitiva considerano Giuseppe Bossetti l’assassino di Yara Gambirasio.
Non meravigliano attacchi sferrati a questa nostra inchiesta da un gruppetto di travisatrici che ci dedicano anche favole allusive fantastiche realizzate con intelligenza artificiale e se le scambiano con piagnistei o con toni trionfalistici. La libertà di sproloquiare minacciosamente da parte di chi soffre di manie di persecuzione distoglie dal vero problema dell’assistenza alle donne vittime di violenza.
4 - FINE
1 –Antiviolenza, non è tutto oro
2 – Antiviolenza, casi che fanno rabbrividire
3 – Antiviolenza, troll nella mischia
4 – Antiviolenza, amici delle porte accanto
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SALVO BELLA è nato a Giarre in provincia di Catania nel 1949. Giornalista professionista iscritto all’Ordine dal 26-02-1971, da redattore del quotidiano “La Sicilia” e direttore di giornali s’è occupato di mafia e criminalità, svolgendo inchieste i cui esiti sono stati fatti propri dalla Commissione parlamentare antimafia. Nel 1997 ha smascherato “il cacciatore di anoressiche”, convincendolo a rivelare la sua doppia personalità: era l’antiquario di Pisogne Marco Mariolini, che in un libro choc annunciò un omicidio, poi commesso l’anno dopo. Il caso ha ispirato il film di Matteo Garrone “Primo amore”, premiato al Festival internazionale di Berlino. Medaglia d'oro dell'Ordine dei giornalisti per i cinquant'anni di iscrizione all'Albo, dirige la casa editrice libraria Gruppo Edicom. Fra i suoi libri "La regola del silenzio" (Catania 1970), “Rivelazioni sulla scomparsa di uno scienziato: Ettore Majorana” (Milano 1975), “Il padrono: quale mafia?” (Milano 1980), "Toghe all'inferno" (Catania 1994),"Yara, orrori e depistaggi" (Milano 2014), "Nera - Cinquant'anni di giornalismo in trincea tra mafia e poteri: cronisti, delitti, retroscena" (Milano 2021. Premio Piersanti Mattarella, Campidoglio, Roma 2022).
GAETANO ALEMANNI è stato ispettore superiore di polizia, cofondatore e segretario nazionale di sindacati di categoria, per i quali ha anche diretto organi di informazione. Ha operato in servizi di sicurezza a Milano e diretto indagini per la lotta alla mafia in Sicilia. Istruttore e direttore di tiro, è consulente tecnico della magistratura e saggista.








