
Quante volte Ranucci va a fare pipì
La farsa della bomba per amore del famoso giornalista
Finalità puerile dell’attentato: raddoppiare la scorta, oggi concessa alla chetichella ma negata a chi era nel mirino della mafia
L’attentato farsa del 16 ottobre 2025 contro Sigfrido Ranucci non poteva avere come obiettivo il raddoppio della scorta al giornalista, una misura di protezione personale oggi concessa anche alla chetichella ma negata in passato a chi era nel mirino della mafia.
Una finalità di quel genere, narrata agli inquirenti dal presunto mandante Valter Lavitola, sarebbe stata particolarmente ingenua, soprattutto per la mente di un personaggio capace di leggere anche in meccanismi sofisticati. Insomma non convince, non è credibile.
Il giornalista che per mestiere attacca abitualmente mafia e poteri è consapevole dei rischi che corre; sa quando esce da casa, di giorno e di notte, ma non quando e se tornerà. Mette persino nel conto che nessuna vittima designata può sfuggire a un agguato a fuoco incrociato o con attentato dinamitardo; e che non c’è scorta che tenga. La storia dei fatti criminali, senza bisogno di ricordarli, conferma questa tremenda realtà. Mi pare strano che potessero non esserne consapevoli autori e vittima dell’attentato a Ranucci, sebbene questi, giornalista dal 17 febbraio 1993, non abbia vissuto direttamente esperienze come quelle mie di cronista in trincea, in una Sicilia insanguinata, nientemeno che dal febbraio 1971, cioè da oltre vent’anni prima.
Farsi l’attentato per guadagnare notorietà: il caso di Enego
La scorta a maggio di quest’anno era stata data a Enego, in provincia di Vicenza, persino all’aspirante giornalista Adriano Cappellari, per poi scoprire che era stato lo stesso a inviarsi lettere anonime di minacce e a compiere un piccolo attentato esplosivo contro la propria abitazione, per guadagnare notorietà e ottenere la collaborazione con qualche giornale.
Sarebbero poche decine i giornalisti sotto scorta armata, con motivazioni misteriose, a volte scaturite anche per una semplice bruciacchiatura a un’automobile.
Il giornalista protetto da più lungo tempo è Roberto Saviano, sotto scorta da quasi vent’anni per minacce ricevute dalla camorra dopo la pubblicazione del suo libro “Gomorra”.
Ben detto, perciò, che sia così. Ma negli anni Ottanta e Novanta, quando furono assassinati il giornalista Giuseppe Fava e l’ispettore capo di polizia Giovanni Lizzio, ero costantemente nel mirino e non avrei gradito una scorta, che a mio parere avrebbe potuto addirittura rendermi obiettivo più facilmente visibile e vulnerabile; ma fatto è che, indipendentemente dal mio eventuale rifiuto, non mi fu concessa nemmeno prima e dopo che mafiosi pentiti rivelassero, ai processi Orsa Maggiore, i piani per uccidermi perché ero ritenuto da Cosa Nostra “più pericoloso dell’Antimafia”.
Non degnare di un saluto uno storico collega
Ma l’obiettivo dell’attentato a Ranucci doveva essere ben altro: spiazzare una voce scomoda del giornalismo, allontanarla dalla Rai.
L’accaduto, infatti, sta servendo a politicanti per attaccare il professionista nel tentativo, vano, di metterlo alla berlina: tentativo vano perché la storia morale e professionale di un giornalista non può essere costruita in modo artefatto cercando o inventando peli su quante volte va a fare pipì e roba del genere.
Non ho mai pensato che Sigfrido Ranucci debba essere uno stinco di santo, poiché nessuno lo è. Né mi pesa che il 21 settembre 2021 non rispose, dopo averlo letto, a un mio messaggio col quale gli chiedevo semplicemente dove avrei potuto inviargli in dono una copia del mio libro “Nera”. Non degnare di un saluto uno storico collega non è per nulla elegante, ma comprendo che chiunque dall’altezza della sua notorietà può scegliere di non abbassarsi.
Caro Ranucci, continuerò sempre a difendere la libertà di stampa, anche per te.








