Poesia che innamora in Siciliano
“Rosa dilicata”, quarta raccolta di Vincenza Cristina

La potenza espressiva della metafora sul bene che fa da contrasto al chiasso del male
Il Siciliano, ovverosia la lingua siciliana, canta col suo lessico straordinario in “Rosa dilicata” (Isbn 9798292638865, euro 12 su Amazon), raccolta di poesie di Vincenza Cristina che tocca nel profondo dell’anima.
I contenuti di questa poetessa partono da osservazioni su dettagli del bello nella natura che ci circonda, esaltandone il candore, e dall’amore per l’armonia dell’universo e per le sue magiche atmosfere. Alla delicatezza di tale lirica, che sembra accarezzare, si contrappone il senso di smarrimento per un mondo che intanto arranca o arretra nell’indifferenza umana; e sono sgomento o angoscia, affiorare di ricordi e del tempo che travolge, grido di richiamo, dolente pessimismo.
Punto di osservazione della poetessa è il suo balcone di casa nel quale con grazia annaffia i fiori poco distante dal Parco archeologico di Segesta, senza poi esporsi in salotti conviviali, pur essendo al suo quarto libro.
Fiori, mare, lampare, stelle, silenzi, che evocano la sua terra di Sicilia, sono il bene al quale nelle poesie di Vincenza Cristina fa da contrasto il chiasso del male; e c’è un unico sentimento che pervade: il bisogno e la ricerca dell’abbraccio.
Le parole scorrono perciò quiete (parpitu, paisi, mumenti, suspirannu), ma, come appunto consente il Siciliano, rafforzate dalle doppie consonanti diventano anche taglienti (cummogghia, ammunziddati, affunnu), a caratterizzare ancor di più.
La potenza espressiva della metafora evoca in “Rosa dilicata” la complessità dei disegni struggenti e delle sculture di Emilio Greco. Questa universalità, bene evidenziata – nella premessa al libro – da Giuseppe Gerbino, massimo esperto del Siciliano, va studiata e approfondita; cosicché Vincenza Cristina da un angolo recondito della storia letteraria possa emergere, come merita, in primo piano.









