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Catania, chi ordinò l’omicidio del poliziotto

Verità scomode sui retroscena dell’uccisione di Giovanni Lizzio

Nel 1992 qualcuno dalla questura stava per farlo ammazzare, ma l’ordine non era partito da Cosa Nostra. Uno squarcio aperto su Rai1 da Emilia Brandi a “Cose Nostre”. I mandanti dei delitti di mafia possono essere anche colletti bianchi.
Salvo Bella con Giovanni Lizzio. La notizia dell'omicidio.

“Qualcuno dalla questura sta per farmi ammazzare”: così il mio amico ispettore capo di polizia Giovanni Lizzio mi aveva chiesto aiuto pochi giorni prima di essere assassinato il 27 luglio 1992 a Catania da due killer. Chi ordinò l’omicidio del poliziotto?

A 33 anni di distanza, quanti quelli di Cristo, ci si sperticherà domani, domenica, a ricordare la vittima eccellente della mafia; e a rendergli onori saranno, di facciata e a uso di fotografi, anche quegli stessi ambienti nei quali Giovanni Lizzio era stato preso di mira perché, con le sue indagini e operazioni anticrimine quotidiane, oscurava più in alto.

Fatto fuori per invidia dalla sezione omicidi della questura

Nei miei servizi di cronaca sul delitto, sul quotidiano “La Sicilia”, rivelai subito la conversazione drammatica che avevo avuto con Lizzio, in un incontro urgente che mi aveva chiesto pochi minuti prima. Il mio amico, per invidia, era stato fatto fuori ingiustamente dalla sezione omicidi della questura, per poi essere assegnato a capo dell’Antiracket; e pure in quel ruolo era lottato dall’interno, con qualcuno che indebitamente, non essendo di sua competenza, gli sottraeva indagini contro gli estortori. “Qualcuno ha ingaggiato i killer per uccidermi. Prendo un treno – mi disse –, vado a Roma dal capo della polizia e faccio saltare in aria la questura di Catania”.

Lizzio sapeva di poter contare su di me: da numerosi anni infatti l’accompagnavo puntualmente con i miei articoli sulle operazioni che conduceva contro tutte le cosche. Per il suo coraggio, in una città infognata da gravi problemi e insanguinata da guerre di mafia, con più di cento omicidi all’anno, aveva vissuto momenti di tensione; ma mai al livello che percepii quel mattino all’incontro ai quattro canti fra le vie Manzoni e Sangiuliano, a pochi metri dalla questura.

Il presagio dell’assassinio in un’esclusiva estrema

Immaginai che mi stesse avvisando in anticipo perché tuonasse al momento opportuno sul giornale un mio servizio: un’esclusiva estrema, forse l’ultima che lo riguardasse. Ma in quella conversazione drammatica prevalse in me il sentimento di rasserenare l’uomo.

C’erano precisi elementi in base ai quali ritenevo che Giovanni potesse calmarsi: gli scandali in Italia durano quattro giorni, dopo di che restano solo morti e ferite; non credevo che alcuno dalla questura, pur lottandolo, potesse giungere al punto di farlo uccidere; proprio lui era ritenuto dal questore uno dei poliziotti più attivi e affidabili. Giovanni, dunque, alt; e Giovanni, che era solito prendere per buono qualche mio consiglio, mi ascoltò e non partì per Roma.

La sensazione del mandante confuso tra gli investigatori

Quando poi accorsi in via Leucatia per una sparatoria, l’agguato mortale al mio amico fu il colpo più terribile che io abbia mai avuto in oltre mezzo secolo di professione: una atrocità. Dietro i singhiozzi e le lacrime che mi inondavano il viso c’era il rimorso per avere fermato Giovanni: se avessi lasciato invece che andasse a Roma occupandomi di fare scoppiare uno scandalo, forse avrei sventato i killer.

Provai schifo alla sensazione che in via Leucatia potesse anche esserci il mandante confuso tra gli investigatori che effettuavano i rilievi scientifici.

I miei articoli con la mia rivelazione che Lizzio stava per denunciare in anticipo il mandante suscitarono mie immediate convocazioni da parte di autorità e polizia giudiziaria, alle quali puntualmente confermai l’accaduto – peraltro mai messo in dubbio – con l’ulteriore precisazione di circostanze di tempo, di luogo e di modalità dell’incontro che avevo avuto.

A “Cose Nostre” su Rai1 la ricostruzione di ignobili retroscena

Le indagini sull’efferato delitto furono affidate alla stessa Squadra Mobile di Catania alla quale apparteneva l’ispettore capo assassinato, per il principio procedurale secondo il quale a procedere dev’essere l’autorità che è intervenuta per prima; e in quel caso la prima segnalazione della sparatoria era pervenuta al 113, cioè la centrale operativa della questura, che inviò sul posto le prime volanti.

In questura sapevano tutti di taluni accanimenti che c’erano all’interno contro Lizzio: ignobili retroscena; ma le indagini presero altra direzione.

Il caso Lizzio a Cose Nostre su Rai1Le verità storiche sono state ricostruite su Rai1 nella trasmissione “Le regole dello sbirro” per la serie “Cose Nostre” di Emilia Brandi, alla quale ho partecipato. L’ampia documentazione rivela che dopo le stragi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino la mafia voleva un omicidio eccellente anche a Catania. Come in una roulette russa, a morire poteva essere Giovanni Lizzio oppure io, che il capo del braccio armato di Cosa Nostra Giuseppe Pulvirenti aveva ordinato di ammazzare perché sapevo troppo ed ero “più pericoloso dell’Antimafia”, come emerso in uno dei processi “Orsa maggiore”.

Il racconto di Salvo Bella a Cose Nostre

Spie e venduti, insospettabili infiltrati in uno scenario allarmante

Giovanni Lizzio - documenta inoltre “Cose Nostre” di Rai1 - turbava però il sonno anche ad altri, in un ambiente di lavoro nel quale – come è stato altrettanto puntualmente appurato in altri processi – c’erano spie e venduti, scoperti troppo tardi. In quegli anni, mentr’ero più del solito sotto minaccia e sottoposto a vigilanza assidua, una notte furono esplosi tre colpi di arma da fuoco di grosso calibro contro la mia abitazione. Una pattuglia di carabinieri che si trovava a un centinaio di metri di distanza, uditi i botti, nell’immediatezza del fatto sorprese un’auto ferma a ridosso dell’edificio e alla guida c’era un uomo successivamente identificato in un poliziotto in servizio al porto con una prima ferma triennale. Ma non gli fu controllata l’arma. Il sedile accanto a quello del guidatore era alzato, segno che dalla vettura erano scese almeno altre due persone.

Salvo Bella libro NeraAnche un episodio come quello senza conseguenze non era per nulla di scarso conto; e lo scenario nella provincia di Catania, come racconto nel mio libro “Nera – Cinquant’anni di giornalismo in trincea tra mafia e poteri: cronisti, delitti, retroscena”, era drammatico ed estremamente allarmante. Eravamo in guerra e come in qualsiasi guerra c’erano insospettabili infiltrati.

Gli omicidi di mafia possono avere colletti bianchi come mandanti

Indiscutibili sono stati i risultati (e le sentenze di condanna) sugli esecutori materiali dell’omicidio di Giovanni Lizzio: un agguato di mafia, alla quale la vittima, dunque, nuoceva combattendola giorno e notte senza risparmiarsi.

Le verità processuali, suffragate da rivelazioni di collaboratori di giustizia, hanno portato anche alla condanna del capo di Cosa Nostra Benedetto Santapaola quale mandante del delitto, in base all’assioma che senza il suo consenso non sarebbe stato possibile commettere quell’omicidio.

Ma non sempre i delitti di mafia sono commissionati da un padrino: tuttora, infatti, a distanza di anni, permangono inquietanti interrogativi su chi effettivamente ordinò le note stragi: i casi Falcone e Borsellino sono eloquenti.

Gli omicidi eseguiti dalla mafia, perciò, possono avere come mandanti anche colletti bianchi

Senza nulla togliere al padrino Benedetto Santapaola, al suo potere e alle sue responsabilità, perché allora Giovanni Lizzio, annunciandomi che stavano per ammazzarlo, non puntò il dito contro di lui ma su un innominabile funzionario di polizia?

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